La recente proposta della Finlandia di ridurre al giornata lavorativa a 6 ore al giorno per quattro giorni settimanale è passata in secondo, se non in terzo piano, negli ambiti politici ed economici europei ed italiani. 

La proposta del primo ministro finlandese, con intenti più sociali che rivoluzionari, merita attenzione in quanto tenta di scardinare l’ormai prassi consolidata delle 40 ore settimanali distribuite su 5 giorni, che nel momento in cui stiamo scrivendo, ossia il terzo decennio del XXI secolo, appare desueta, se non addirittura del tutto superata, spesso in maniera peggiorativa. L’attuale classificazione “mentale” della giornata (8 ore di lavoro, 8 ore di tempo libero e 8 ore di sonno) è del tutto impraticabile, sia per motivazioni prettamente lavorative, financo a quelle logistiche od occupazionali. Le motivazioni più marcate sono facili da individuare. L’attuale distribuzione lavorativa su scala nazionale (e globale) non è più omogenea sia nella classificazione sia nel mero svolgimento delle mansioni lavorative; le dinamiche sociali delle città moderne hanno reso impossibile una schematizzazione della vita degli individui in 3X8 gruppi di ore anche per semplici motivazioni logistiche; il livello salariale che negli anni tende al ribasso costringe gli individui a differenti scelte lavorative spesso non omogenee e spesso disagiate.

Ecco perché, la notizia proveniente dalla Finlandia stimola una sequenza di ragionamenti che cercheremo di riassumere in breve, concentrandoci su alcuni ambiti che hanno valenza sia italiana che mondiale.

Se si volesse rimanere su un piano esclusivamente tecnico e limitato alla legislazione fiscale vigente in Italia, la direzione da intraprendere sarebbe quella di optare per una immediata e sostanziosa riduzione del cuneo fiscale. L’attuale situazione debitoria della Nazione, a sua volta innestata nelle dinamiche restrittive dell’Unione Europea, non permette alcuna mossa tangibile in tal senso; o almeno non lo permette senza l’obbligo di legiferare di contrappasso con decreti di ulteriore devastazione di quel poco che è rimasto dello stato sociale

L’unico modo per ridurre il cuneo fiscale in maniera rilevante potrebbe avvenire soltanto attraverso strumenti generabili con l’utilizzo di una moneta sovrana e stabile nei circuiti finanziari internazionali. Finanziando il deficit di cassa dovuto ai mancati introiti dovuti alla riduzione della tassazione sul lavoro, ci sarebbe la concreta possibilità, o di aumentare i salari netti a disposizione dei dipendenti a parità di 8 ore lavorate, o, eventualmente come prospettato in Finlandia, di ridurre le ore giornaliere lavorate a 6. L’azienda, con un costo del lavoro assai ridotto, avrebbe così la possibilità di assumere un nuovo lavoratore ogni quattro andando a coprire la mancata produttività generata dalle 2 ore di “lavoro” tagliate, e con a disposizione una “forza lavoro” più fresca e motivata.

Allo stato attuale, laddove le istituzioni europee sembrano più tutelare il capitale sovranazionale che le necessità dei singoli stati dell’Unione, tutto ciò è attualmente improponibile. Al momento infatti, una tale deflagrazione in ambito sociale ed economico è prospettabile solo in realtà, come quelle scandinave, che hanno una popolazione assai ridotta e un welfare stabile, seppur anche loro all’interno della Zona Euro. Per nazioni più grandi come Italia, Francia e Germania, che stazionano all’interno del recinto dell’Unione Europea – perché di recinto vero e proprio stiamo parlando – non è possibile prospettare una soluzione così drastica, anche se le prolungate proteste che stanno avvenendo oltralpe ci lasciano presagire che la frattura tra Capitale transnazionale e Masse lavorative si stia acuendo in maniera importante. E questa, per noi, è una buona notizia.

Se spostiamo il ragionamento dalla mera questione fiscale ad altri ambiti più “sociali” e antropologici, potremmo addentrarci in territori sempre più problematici da risolvere. Altre questioni inerenti alla qualità del lavoro potrebbero facilmente comprendere i problemi di mobilità e logistica che colpiscono intere masse di lavoratori; quindi sia i classici pendolari provenienti dall’hinterland, sia coloro che si muovono direttamente all’interno di metropoli con milioni di abitanti. Stiamo parlando di “qualità di vita” (e quindi anche prestazioni lavorative) totalmente al ribasso. 

Eventuali migliorie in termini di orario che inglobino anche gli spostamenti verso e da il luogo di lavoro potrebbero essere una beneficio di una certa rilevanza. Una seconda soluzione per migliorare le condizioni lavorative di alcuni comparti sarebbe quella del TeleLavoro, facilmente gestibile nel XXI secolo e nella sua coniugazione digitale, anche se ovviamente resterebbe applicabile solo a talune categorie di lavoro.

Il piano del dibattito comincia a diventare scivoloso laddove ci si sposti su nemmeno poi tanto errati ragionamenti di tipo antropologico sul “controllo delle masse lavorative”. La questione si apre a ventaglio su diversi binari paralleli (a volta convergenti) che includonosia il problema dello schiavismo produttivo delle Multinazionali (che esiste ed è reale), sia la reale efficacia di una parte della forza lavoro improduttiva. (La questione dei furbetti del cartellino che ancora appare di difficile soluzione ci mostra che esistono problematiche anche di tipo antropologico-sociologico). Il terreno è come detto assai sdrucciolevole e merita altri approfondimenti in sedi diverse.

Con queste premesse, rimane pertanto difficile parlare ancora di Lotta di Classe, perché, de facto, non esistono più le classi lavorative ottocentesche come teorizzate da Marx. Non esistono nemmeno più operai e colletti bianchi nello strictu sensu del XX secolo, in quella divisione mansionale a livello sociale ben evidenziata durante la ricostruzione del dopoguerra finanziata dal Piano Marshall. In questo preciso momento storico le legislazioni vigenti sulla quasi totalità del globo vengono eterodirette dalle Multinazionali che hanno come unico scopo il Profitto, e non certo il benessere delle diverse comunità nazionali. I tentacoli con cui il “Capitale” controlla gli ambiti delle economie mondiali non si estrinseca soltanto nelle sedi istituzionali o nei Cda delle Banche; quest’ultime, tra l’altro, sono diventate ormai organi praticamente inutili, soppiantate dagli strumenti del circuito Swift e da una enorme pletora di piattaforme digitali con cui viene mossa la liquidità mondiale. Il denaro virtuale e la contestuale eterodiretta sparizione del contante, hanno totalmente snaturato la funzione degli istituti bancari, diventati ormai solo cellule di distribuzione di prodotti tossici e contenitori di liquidità da “buen retiro”.

Il Turbocapitalismo ha anche altri strumenti da utilizzare, strumenti che a volta non sono recepiti dall’opinione pubblica. La forza lavoro a disposizione di questi moloch transnazionali non è composta soltanto dalla Massa-Lavoro da gestire in modalità algoritmico-produttiva (per capirsi quella che guadagna dagli 800 ai 1600 euro mensili) ma anche – ed in maniera concreta – da una piccola fetta di mercenari che lavorano a tempo determinato all’interno di queste strutture piramidali

Stiamo parlando delle cosiddette figure dei CEO (Amministratori) e dei DIRIGENTI. Senza voler generalizzare, si assiste oggi sempre di più, alla nascita di una vera e propria “classe” manageriale composta da CEO improvvisati e da DIRIGENTI spregiudicati che, vengono messi a difesa del profitto e a scapito della qualità del lavoro dipendente che a loro volta devono gestire ciò avviene attraverso meccanismi perversi quali MBO (Premi di produzione ad obiettivo) e Stock Options

Per questo, le classi lavorative come pensate financo nel dopoguerra non hanno più ragione di essere coniugate; ormai si può parlare di Caporalato Multilevel dove intere schiere di dipendenti (infatti nel mondo anglosassone parlano generalizzando di Worker) sono al servizio della Multinazionale di turno, sotto stretto controllo di “guardiani gestori” più o meno pagati a secondo del loro livello di responsabilità.

Se estendiamo il discorso alla piccola borghesia imprenditoriale, ci accorgiamo che quelli che erano i Rentier pre-rivoluzionari (1789 poi aggiornati dopo la Rivoluzione Industriale inglese) anch’essi non esistono più, perché il Capitale piccolo-borghese privato sta sparendo. Tutte le aziende funzionali e che generano reddito (tranne rare eccezioni) sono in mano a Fondi, Multinazionali o a famiglie che strutturano l’azienda nello stesso modo, fino a quando a loro volta non cedono la maggioranza dell’azionariato ai soliti Padroni del Vapore. 

Appare quindi evidente che, almeno in una parte del mondo lavorativo, l’unico collante che potrebbe far scattare qualche significativo cambiamento, sarebbe la saldatura tra Dirigenze “borghesi” e le masse dei lavoratori (Vovelle in tal senso ci ha dato una lezione sulla Rivoluzione Francese) in quanto, se venisse a mancare l’apporto delle masse che generano il profitto, potrebbe scattare qualche meccanismo più importante e tangibile(qualcosa si è visto di recente in Francia). E’ bene dirlo che si tratta di un processo e di una frattura che nel XXI secolo non riteniamo probabile, anche perché il Liberalcapitalismo si è fatto più furbo e diluisce e risolve i problemi con vari interventi di Soft Power, in una sorta di “divide et impera” che – mendacemente fa credere di accontentare le masse – concedendo loro solo le briciole.Volendo, possiamo anche chiamarla Lotta di Classe, ma la vera frattura bipolare è fra la Massa dei lavoratori e il Capitale. 

Oltretutto, e ci torneremo in altra sede, la funzione “sociale” dello Stato è stata completamente abdicata. Andando a sparire gli Stati Nazionali (almeno nelle loro funzioni sociali) verrà tutto affidato alla devolution delle Città Stato. Da qui il problema dell’inurbamento forzoso, che avrà riflessi anche nelle condizioni dei lavoratori futuri che nella migliore delle ipotesi saranno dei dementi come anticipato da Aldous Huxley nel suo Mondo Nuovo, o nella peggiore delle ipotesi saranno soltanto degli schiavi consapevoli. L’automazione robotica muterà a lungo gli scenari nei prossimi anni e si sente – da subito – l’esigenza di qualche struttura sociale (quali potevano essere i Sindacati) che si ponga a tutela delle condizioni delle Masse di lavoratori. La iniziale e conseguenteperdita di posti di lavoro dovuta alla robotizzazione costringerà il Liberismo sovranazionale a gestire un enorme quantitàdi disoccupati che verrà generataindiscutibilmente. Ci saranno forse cambiamenti sia nella qualità che nella quantità delle ore lavorate. La sfida tutta è aperta a livello globale, vista la presenza di nazioni popolose quali Cina e India che da sole muovono e gestiscono miliardi di persone, e che, volente o nolente, avranno le stesse problematiche che avremo in Occidente.

Osservando la questione dall’interno della vita degli Stati Nazionali, e soffermandosi sulla realtà italiana, ci rendiamo conto di quanto sia stata ridicola la funzione dei tre sindacati maggiori all’interno della vita politica e sociale della nostra nazione negli ultimi decenni. Da qui, pertanto, la necessità di “pensare” un nuovo tipo di Sindacalismo, pienamente consapevole del periodo storico dove opera, ma che non dimentichi che la dignità e la qualità del lavoro di milioni di lavoratori; lavoratori e cittadini che dovrebbero essere al servizio del benessere della comunità nazionale, in quello che una volta si sarebbe definito Stato Nazionale del Lavoro. Per questo si sente, oggi più che mai, la necessità di strutture sindacali (o similari) a livello territoriale che supportino il cittadino ormai abbandonato a  stesso.

Questo breve articolo, voleva essere soltanto un compendio iniziale che possa fungere da stimolo per argomenti che prendano più direzioni. Il piano ultimo della discussione però resta quello che è il vero problema del XXI Secolo: il rapporto fra Capitalismo e Forza Lavoro.

Riccardo Berti