«I deputati, – si è detto, – non sono, salvo rare eccezioni, i migliori della nazione, sono spesso anzi gente mediocre; conquistato il seggio, fanno i propri interessi non quelli degli elettori, o fanno gli interessi di questi solo in riguardo al vantaggio personale che ne possono trarre […] portando l’immoralità dentro e fuori del Parlamento, e facendo del deputato, che dovrebbe essere un legislatore conscio del suo altissimo ufficio, un uomo che rende molti favori nella speranza che a lui si ricambino con uno solo: eleggerlo nuovamente. E tutto ciò senza accennare al più brutto e pur troppo forse al non meno diffuso fra i vermi che rodono il sistema parlamentare: la compera dei voti nelle elezioni» La citazione di Scipio Sigheledatata 1895, sembra scritta oggi per la veemenza con cui il sociologo bresciano si scagliava polemicamente contro i parlamentari, dimostrando in questo senso come la retorica antiparlamentare sia rintracciabile nella storia d’Italia già in tempi remoti e come la volontà di tagliare il numero dei parlamentarivenga ben prima che il Governo Conte, in special modo nella sua componente pentastellata, sbandierasse la proposta di riforma costituzionale come risolutiva. Indubbiamente nessuno se la sentedi criticare o peggio ancora di contrastare, a parte alcune sparute e agguerrite minoranze, la riforma degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione italiana per la quale gli italiani dovranno esprimersi nel referendum del prossimo 29 marzo. In primo luogo, come ha ben osservato il costituzionalista Francesco Clementi, per il fatto che oramai nella opinione pubblica si è sedimentato un sentimento profondamente favorevole alla riduzione del numero dei parlamentari, corroborato da un sistema mediatico abile nel radicare questa istanza nella nostra società alimentando l’idea della c.d. casta. In secondo luogo il tema proposto con tanta veemenza, confermando uno spirito antiparlamentarista oltre che antipolitico ben presenti nella nostra storia nazionale, richiama annose questioni legate ai concetti sostanziali di democrazia e di rappresentanza politica. Del resto nelle diciotto legislature repubblicane, il dibattitto sulla riduzione del numero dei parlamentari si è intrecciato continuamente coi tentativi di riforma della carta fondamentale, posti in essere già sul finire degli anni settanta del secolo scorso. La discussione odierna però sembra essersi concentrata esclusivamente sugli aspetti economici di tale riduzione, dato il risparmio che ne dovrebbe conseguire per le casse dello Stato, eludendo invece le questioni sopra richiamate e che hanno animato il dibattito dottrinario e politico per decenni. È utile qui ricordare, a proposito di riorganizzazione dello stato moderno e soprattutto in riferimento ad un progetto organico ed efficace di revisione costituzionale, alcune riflessioni che negli anni scorsi elaborarono Ernesto Massi e Gaetano Rasi. Il geografo ed economista triestino nel 1963 esponeva le sue perplessità sulla forma di democrazia instaurata in Italia da appena quindici anni. Constatando la generalizzata discussione sul deterioramento degli ordinamenti dello Stato, sulla degenerazione oligarchica dei partiti, sulla politicizzazione dei sindacati, Massi annotava che tali discorsi sulle riforme di struttura erano rimaste delle vuote enunciazioni, senza indicare i compiti e le funzioni che allo Stato moderno si sarebbero dovuti attribuire. In particolare l’economista proponeva in maniera schematica quattro tipologie di funzioniessenziali: una prima inerente alla collettività nazionale, una seconda inerente la persona, una terza riguardante i gruppi ed infine una afferente al territorio nazionale. Ed in particolare, al terzo tipo di funzione il Massi dedicava maggiore attenzioneaffermando che «l’avvenire del partito politico sarà in funzione diretta della politicizzazione del sindacato e del rinnovamento della rappresentanza politica». E su quest’ultima aggiungevacome fosse impossibile trovare una soluzione ai problemi generati dalla partitocrazia «nei ristretti schemi ottocenteschi della democrazia liberale, adatti ai partiti di elites e al laissez faire», indicando invece nel principio di distribuzione dei poteri lo strumento che coerentemente avrebbe permesso il superamento del principio della separazione dei poteri, giungendo ad individuare due funzioni sostanziali per Massi, il potere di creazione e quello di esecuzione. Questi brevi cenni rendono più agevole comprendere come non si giunga ad una democrazia governante o decidente modificando una legge elettorale o come in questo caso, riducendo il numero dei rappresentanti in parlamento. Al di là del superficiale giudizio positivo che tutti hanno dato e che gli italiani con molta probabilità confermeranno con il referendum, giova ricordare che ancora oggi viene elusa la necessità di dotare il nostro Paese di una nuova Costituzione, al passo coi tempi e che sia figlia di una visione, di idee forza, che tuttavia sembrano essere annegate nel mare dei «like» che l’odierna comunicazione politica ha eretto a misura di tutte le cose. Lo stesso Gaetano Rasi, che di Massi fu allievo, sosteneva come «lo stato moderno, quello delle società complesse, sempre più articolate e sempre più differenziate, non può risolvere il problema della formazione della volontà generale, né con la democrazia diretta né con quella rappresentativa» con la ragione che non si può fondare la moderna società su una democrazia atomistica, bensì su di una democrazia organica, in cui la rappresentanza tenga conto delle articolazioni e della competenze nella formazione della volontà generale. L’obiettivo pertanto, secondo le indicazioni di Rasi, dovrebbe essere quello di una rifondazione dello Stato e non della semplice riforma, che coinvolga ogni ambito, soprattutto quello economico e quello relativo alla formazione e applicazione delle leggi. Preso atto, come giustamente ha fatto il costituzionalista Alfonso Celottocirca la perdita da parte della democrazia rappresentativa della sua vera “sostanza” politica, soprattutto a causa della disaffezione dei cittadini e degli elettori nei confronti della politica stessa oltre che per l’irreversibile irrilevanza dei partiti, è quanto mai urgente e non più rinviabile affrontare la vera problematica di fondo attorno al funzionamento della macchina parlamentare, dato che se di crisi stiamo parlando, questa è essenzialmente determinata da fattori tecnici come, ad esempio, la mancata riforma del bicameralismo paritario.Così come è altrettanto irrimandabile un rafforzamento del potere del Presidente del Consiglio (premierato o cancellierato) in maniera tale da superare finalmente lo stallo e giungere così ad una effettiva modernizzazione istituzionale. Risulterebbe comprensibile avere delle perplessità sull’effettiva portata dell’odierna riforma che oltre agli aspetti eminentemente demagogici ed elettoralistici, non arriva al cuore del problema. Lo dovrebbero tenere ben presente le forze politiche patriottiche, come Fratelli D’Italia, che nella proposta di elezione diretta del Presidente della Repubblica a costituzione invariata, ha iniziato un percorso che dovrà inevitabilmente portare ad un radicale ripensamento e rigenerazione dell’ordinamento statale, attraverso l’elezione di un’Assemblea Costituente oppure scegliendo come punto programmatico per la prossima legislatura, un’opzione che sia dichiaratamente rifondativa dell’assetto costituzionale,nell’ambito di una democrazia finalmente decidente.

Raimondo Fabbri