Georges Sorel è uno dei filosofi meno conosciuti e meno studiati della storia contemporanea, eppure il suo pensiero è fondamentale in quanto influenza direttamente siaMussolini che Lenin. La formazione culturale e politica di Sorel è veramente eterogenea e va dallo studio dei classici alla formazione scientifica, da Enrico V a Lenin, da Nietzsche a Marx, passando per Maurras e Mussolini.

Sociologo, filosofo, ingegnerie, Georges Sorel è il fondatore del sindacalismo rivoluzionario, il quale nasce come tentativo di reimpostare il marxismo. Come per il socialismo riformista, anche per il sindacalismo il tentativo di rivedere alcune formule ideologiche nasce dall’esigenza di adattare alla mutata realtà dei fatti la dottrina marxista. La divisione della società in due classi contrapposte che si combattono mortalmente non si è verificata, anzi, la partecipazione politica dei socialisti nei rispettivi governi ha fatto sì che le condizioni economiche e sociali del proletariato migliorassero, colmando così il divario di classe e allontanando la prospettiva rivoluzionaria. Sorel vuole ridare slancio alla rivoluzione marxista conservando il principio della lotta di classe, ma innestando dei tratti volontaristici e morali all’interno del determinismo scientifico del maestro.

A determinare l’avvento della rivoluzione proletaria non sarà più un processo dialettico ma un mito: lo sciopero generale proletario. Il ruolo del mito, secondo Sorel, mostra una superiorità rispetto al marxismo ortodosso in quanto è in grado di mantenere le masse in uno stato di continua aspettativa rivoluzionaria. La costruzione di un avvenire indeterminato nel tempo, quindi, ha avuto, nel corso della storia, una grande efficacia stimolando l’azione molto più che qualsiasi teoria basata sull’analisi analitica della società. Sorel utilizza numerosi esempi per sottolineare la funzione mobilitante assunta dal mito, come per quanto riguarda ad esempio il mito cristiano dell’apocalisse:

I primi cristiani aspettavano il ritorno di Cristo e il crollo totale del mondo pagano, con l’instaurazione del regno dei santi, per la fine della prima generazione. La catastrofe non si produsse, ma il pensiero cristiano trasse un tale vantaggio dal mito apocalittico che certi sapienti contemporanei vorrebbero che tutta la predicazione di Gesù si fosse svolta su quest’ unico soggetto.

Anche il mito Luterano della Riforma o quello della la Giovane Italia di Mazzini hanno agito sull’animo delle folle come forza propulsiva che li spingeva a cospirazioni e battaglie. Lo sciopero generale, in questa visione, diventa un analogo dell’apocalisse cristiana. Allo stesso modo il mito dello sciopero generale, considerato come battaglia suprema, dà all’operaio la forza di compiere la rivoluzione. Come scrive Giovanna Cavallari: “Il «mito» è visto come un mezzo per trasformare il socialismo in una religione”. Il mito quindi evoca una serie di immagini nella mente umana e l’uomo viene spinto all’azione per il solo credere che quelle immagini, quei desideri potranno realizzarsi. Non è quindi l’effettiva realizzazione quello che conta nel mito, ma la forza mobilitante che darà all’uomo, il quale farà di tutto per realizzare quell’immagine vittoriosa creatasi nella sua mente. Il mito serve dunque a mantenere le masse in uno stato di mobilitazione perpetua. Sarà quindi l’immagine della vittoria del proletariato a dare l’incentivo che spingerà la classe operaia verso la sua liberazione. Questo metodo di lotta, secondo Sorel, non deve più avere un fine utilitaristico ma deve creare una nuova morale, tale da permettere al proletariato di prendere coscienza di sé stesso. Il sindacalismo deve insomma ripristinare e rivitalizzare nella classe operaia il principio della lotta di classe. Sorel così spiega il mito dello sciopero generale proletario:

“Il mito nel quale si racchiude tutto intero il socialismo, cioè a dire, un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna. Gli scioperi hanno fatto nascere nel proletariato i sentimenti più nobili, più profondi e più stimolanti all’azione che esso possiede; lo sciopero generale li raggruppa tutti in un quadro d’insieme e, con il loro accostamento, dona a ciascuno di essi la sua massima intensità.“

Il sindacalismo rivoluzionario, dunque, rifiuta di presentarsi come una vera e propria dottrina. Dottrina, utopie, aspirazioni ideologiche, sostiene Sorel, sono funzionali al socialismo politico, fondato sull’idea di partito, mentre risultano estranee e nocive alle esigenze di auto-emancipazione dei lavoratori. La classe operaia, secondo il sindacalismo, deve darsi autonomamente i propri contenuti di lotta e liberazione, senza e contro ogni mediazione partitica. Nel pensiero del filosofo francese la nuova élite in grado di condurre il proletariato alla rivoluzione deve essere il sindacato e non più il partito socialista. Sorel sogna un solo, grande e unito sindacato in grado di coordinare tutte le maestranze. Non sarà più il partito a guidare l’insurrezione ma il sindacato. È, quindi, l’azione diretta del proletario ad essere il tema centrale del pensiero sindacalista rivoluzionario. Da qui, una particolare idea della coscienza di classe che non è data in sé, ma si forma nell’azione con l’acquisizione progressiva di capacità tecniche e morali. Questa crescita può esistere solo se i gruppi operai rimangono completamente scissi, dal punto di vista organizzativo e ideologico dalla società borghese. Bisogna quindi formare, secondo il sindacalismo, un proletariato perfettamente consapevole della sua funzione rivoluzionaria, bisogna ridare ai lavoratori quella coscienza di classe che il riformismo sta diluendo all’interno delle istituzioni borghesi.

L’idea stessa di classe non è più una nozione vaga, considerata come una massa di persone della stessa condizione economica e sociale; ma come una società di produttori, che hanno acquisito le idee che convengono al loro stato e che si considerano come una unità del tutto analoga alle unità nazionali. Non si tratta più di guidare il popolo, ma di spingere i produttori a pensare da sé stessi, senza il soccorso di una tradizione borghese. La capacità dell’autoriscatto operaio, per Sorel, dipende dalla potenzialità della classe operaia di mantenere la propria autonomia, cioè di rifiutare la direzione degli intellettuali socialisti che provengono dalla borghesia. Il sindacalismo rivoluzionario si oppone alla degenerazione partitica del socialismo e sostiene che il proletariato può compiere la propria missione rivoluzionaria solo se si organizza autonomamente tramite i sindacati: “Per riassumere tutto il mio pensiero in una formula, dirò che tutto l’avvenire del socialismo dipende dallo sviluppo autonomo dei sindacati operai”.

Cristian Leone