In pochi hanno realmente compreso e spiegato chi sono le Sardine. Lo fa, involontariamente, Luca Ricolfi, sociologo vicino alla storia della sinistra, nel suo ultimo saggio: la Società Signorile di Massa.

Di che si tratta? In poche e snelle pagine Ricolfi descrive il modello economico che sostiene l’Italia a trazione Pd, sintetizzandolo nel binomio opulenza ( delle passate generazioni) + stagnazione.

Un fenomeno spiccatamente italiano, se si pensa come l’erodersi della propensione al risparmio di nonni e genitori abbia permesso alla società italiana (per il 94% fuori dalle soglie di povertà) di strutturarsi pervertendo le più banali leggi economiche; oggi infatti il 52% dei cittadini non lavora, sorretto dal restante 39% con l’aiuto paraschiavistico di un 8% di lavoratori stranieri.

All’interno delle piazze delle Sardine e degli elettori del Pd ( e dei 5S di governo) tenderei a scommettere su di una forte sinergia fra le componenti anagrafiche di chi non produce ( trinomio pensioni+ Neet+ Assistenza) ma che resta ben saldo all’interno degli standard di ricchezza occidentali ( casa di proprietà, auto, consumi, alto livello di istruzione).

Ma come si regge un sistema così innaturale? Ricolfi non lo mette per iscritto ma i suoi dati parlano chiaro: il 39% della popolazione attiva sta correndo per tutti, sostenendo miracolosamente la qualità della produttività nazionale. Mi spiego meglio: nonostante il Pil ristagni da più di 10 anni ( siamo ai livelli del 2007), turismo ed export hanno salvato il salvabile.

Pd e Sardine rappresentano quindi un preciso modello economico? Assolutamente si, i cui pilastri sono il terziario (logistica cinese e turismo), l’export, e la finanziarizzazione costante di un sistema improduttivo. Un sistema, dunque, signorile ( gli aristocratici non lavoravano) e di massa (liberale).

Ma tutto ciò è sostenibile? Nel breve periodo si. Ricolfi lo dice fra le righe, questo è un modello di decrescita felice dentro al quale la felicità è garantita per un certo insieme elettorale ( da qui l’ironia sovranista sulle Ztl), in grado di accedere a fondi pubblici e risparmi genitoriali.

Ma si rivela una decrescita infernale per i lavoratori dipendenti ed autonomi (paradosso dei paradossi, la minoranza del paese) costretti a sostenere produttività ed iperfiscalità. Per non parlare del neoschiavismo delle funzioni più umili a cui vanno incontro gli stranieri non regolamentati.

E nel lungo periodo? Il modello è chiaramente fallimentare. Persino Ricolfi è costretto a metterlo nero su bianco. O il Pil torna a crescere nel suo complesso, o l’intero sistema è destinato a crollare, poichè nemmeno il Qe ed i tassi negativi lo potranno più sostenere.

Questa la sfida di chi intende offrire un modello economico alternativo a quello democratico. Ripensare un’Italia forte e per tutti, con un destino diverso dalla mera accoglienza turistica.

Giacomo Petrella