Nell’epoca della globalizzazione è diventata quasi un’utopia il mantenere nella propria nazione le principali realtà aziendali, a causa di imprenditori e cda sempre più avvezzi a delocalizzare; chi resta deve soccombere così ad una evidente oppressione fiscale, e allo sfaldamento del tessuto produttivo circostante.

Ogni giorno si leggono notizie di aziende che spostano sedi all’estero, vendono e svendono come in un mercato delle vacche, oppure, nel peggiore dei casi, che vengono rilevate in periodo di crisi da sedicenti imprenditori per fare piazza pulita degli asset e scappare con il bottino, lasciando operai e lavoratori in mezzo ad una strada.

Tale sistema non è più sopportabile sia a livello economico che umano e sociale. Lo sfaldarsi dell’industria italiana sta raggiungendo livelli mai visti prima, mentre aumentano precariato, disoccupazione a discapito di produttività e lustro nazionale…insomma a perderci siamo davvero tutti.

Per fronteggiare questa deriva, figlia del liberismo e della globalizzazione, non si può far altro che deviare l’economia su un’impronta decisamente programmatrice e protezionista capace di rivedere con equilibrio e fermezza le impostazioni anni ‘90 del wto.

Quando si parla di accordi e dialogo non vogliamo di certo giustificare un certo servilismo (tanto caro all’amata Patria Italia) bensì una costruttiva rete di rapporti che possano giovare ai sistemi nazionali (che dovrebbero essere comunque indipendenti e sovrani) e ai loro popoli.

Il protezionismo e la programmazione possono salvare il sistema paese dallo sfacelo imminente, costruendo una sintesi tra lavoro e capitale che non metta al centro del dibattito l’eterno profitto bensì l’uomo e la sua capacità di edificare lo stato, quale impegno di benessere comunitario; alternativa questa da sempre osteggiata dalle destre liberiste e dalle sinistre liberalmondialiste.

Marco Tuccillo