Mentre le tematiche del lavoro vengono sempre più percepite come un tabù nella discussione politica, noi vi proponiamo, invece, la lettura di un pamphlet di un giovane sindacalista. Il testo di Savino Balzano è un connubio di conoscenza tecnicogiuridica e critica militante. Non vi resta che leggere la sua intervista ed ovviamente il suo libro.

Savino Balzano: Pretendi il Lavoro! Lalienazione ai tempi degli algoritmi, GOG Edizioni, Roma 2019.

1. Prima domanda, obbligatoria, è capire chi sei e che formazione hai?
Sicuramente i luoghi della mia infanzia hanno influenzato molto la mia formazione: sono nato a Cerignola che è una città che rispecchia molto i problemi di quel territorio, ma che allo stesso tempo ha costruito una storia importante e che ci rende fieri. In molti ad esempio hanno in casa un dizionario Zingarelli e in pochi sanno che Nicola Zingarelli era un cerignolano; così come in pochi sanno che il più noto sindacalista italiano, Giuseppe Di Vittorio, sia nato a Cerignola. La sua figura mi ha condizionato: da quelle parti il suo nome viene citato (spesso strumentalizzato da una politica poco degna di lui) nei comizi durante le campagne elettorali, le scuole portano il suo nome, le piazze anche, recentemente è stato ripristinato un grande murale in suo onore.
Dopo il liceo mi sono trasferito a Perugia e mi sono laureato in Scienze Politiche: sono stati anni incredibilmente significativi. L’Umbria è una terra straordinaria e mi ha dato l’opportunità di vivere il movimento studentesco e la rappresentanza studentesca ai massimi livelli.
Dopo la laurea mi sono trasferito a Roma e sono stato assunto in banca. Successivamente ho dato inizio alla mia esperienza sindacale: mi occupo di lavoro e di tutela dei lavoratori ogni giorno. Collaboro attivamente alle attività di un Ufficio Studi e nel frattempo ho conseguito un Master di II livello in Relazioni Industriali.
Da diversi anni scrivo di politica interna e lavoro per l’Intellettuale Dissidente.
2. Quando e perché nasce l’idea di scrivere il tuo libro, “Pretendi il lavoro!”?
Senza nulla togliere a tutti i testi che hanno egregiamente descritto il risultato di certe riforme in materia d lavoro, ovvero l’erosione drammatica della sfera individuale dei diritti dei lavoratori, peraltro insistendo sul mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati dalle riforme stesse, avvertivo la necessità di un testo diverso, di una prospettiva diversa: più politica.
Io non credo che certe riforme (in primis la Legge Fornero o il Jobs Act) possano essere considerate dei fallimenti: sono dei successi straordinari. Semplicemente il fine non era quello prefissato: non si voleva creare occupazione; si voleva porre il lavoratore in una condizione di imbrigliata subalternità rispetto alle classi dominanti, alle élite del capitale. L’obiettivo è stato centrato in pieno.
3. Nel tuo primo capitolo parli di diritti civili del lavoro e diritti politici del lavoro. Cosa intendi nello specifico?
Un paese può anche professarsi democratico e riconoscere formalmente i diritti politici. Se però non riconosce contestualmente i diritti civili allora sarà solo carta straccia: riconoscermi la libertà di espressione, senza riconoscermi l’inviolabilità fisica nel caso io la eserciti, equivale a non riconoscermi alcun diritto politico. La stessa cosa accade sul lavoro: senza stabilità contrattuale, senza protezione contro il controllo a distanza, senza tutele contro il demansionamento, senza la reintegra in caso di licenziamento illegittimo (diritti civili del lavoro), il lavoratore sarà ricattabile e rinuncerà all’esercizio delle sue prerogative politiche, in fabbrica e fuori di essa.
4. Nel testo fai spesso riferimento alla nostra Carta Costituzionale. Credi sia ancora attuale e soprattutto applicabile?
Credo sia attuale e applicabilissima: pensiamo al superamento del regime di piena occupazione (sancito invece all’art. 4). Spesso ci viene propinata la storiella per la quale la crisi, la congiuntura economica, i vincoli esterni e interni, rendano impossibile la piena occupazione. Tutto questo è falso: il regime di piena occupazione, con la crisi del modello c.d. Neokeynesiano, è stato superato in favore del modello a disoccupazione strutturale. La disoccupazione, spesso sbattuta in faccia agli elettori in campagna elettorale, è uno strumento essenziale alla dominazione del capitale: serve a mettere i lavoratori in concorrenza tra loro sui salari, al fine di riconoscere loro condizioni sempre peggiori e mortificanti. Tagliare i salari, evidentemente, ha costituito un vantaggio per qualcuno.
5. Menzioni nel testo, facendo sempre riferimento alla Costituzione, la figura del lavoratore-cittadino e il diritto dovere di quest’ultimo di partecipare alla vita politica della Repubblica. In merito al concetto di “partecipare” credi che il paese necessiti di una camera dei produttori, un CNEL elevato a ramo del parlamento, in sostituzione del Senato ad esempio?
In passato, durante gli studi universitari soprattutto, ho avuto modo di approfondire l’evoluzione e le proposte di riforma al nostro bicameralismo paritario. Così com’è, soprattutto per come si declina nella pratica, forse non ha più molto senso: la camera alta, ad esempio, era stata pensata per mitigare gli ardori e le eccessive pulsioni della camera bassa. Basti pensare a quanto succede oggi in Senato per comprendere quanto questo sia ormai lontano dalla Costituzione Formale. Premesso ciò, francamente, non saprei come commentare la proposta che avanzi: credo necessiti di importanti approfondimenti, ma anche sul CNEL penso sia necessario aprire una riflessione e, da sindacalista e avversario della precarietà, avrei anche qualcosa da ridire circa l’uomo chiamato oggi a presiederlo.
6. Ultimamente è stato detto in più occasioni, anche da ministri di questo governo, che tornare alle tutele previste dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori equivale ad un salto indietro di 30 anni. Perché questa paura delle tutele, ma soprattutto quali erano gli obiettivi del Jobs Act?
A mio avviso chi afferma questo è in malafede. Qualcuno ha recentemente sostenuto (e mi riferisco al capo di una grande confederazione sindacale) che l’art. 18 non risolverebbe le crisi aziendali che mettono a rischio trecentomila posti di lavoro: vero, ma si dovrebbe opinare che nemmeno la sua riforma le ha evitate. Qualcuno afferma che l’art. 18 sia roba del secolo scorso: bisognerebbe ricordare che la grandissima parte delle disposizioni oggi vigenti nel nostro ordinamento (a partire dalla Costituzione) sono roba del secolo scorso. Alcuni sostengono che il nuovo regime in materia di reintegra abbia ridotto il contenzioso: ci si dimentica che ridurre i diritti in capo ad un soggetto, fisiologicamente, porta questi a rinunciare a qualsiasi rivendicazione in sede di giudizio, dal momento che ad esempio la reintegra è assai più difficile da ottenere. Alcuni sostengono che il nuovo regime non abbia comportato un aumento dei licenziamenti (dati assolutamente opinabili) e che sia necessaria l’estensione delle norme al pubblico impiego al fine di rendere possibile il licenziamento dei fannulloni: è evidente la contraddizione tra le due affermazioni.
La debolezza di questi esempi pone in luce come sia assai difficile oggi difendere il Jobs Act basandosi sui propositi che gli si attribuivano in origine: se guardassimo a quelli (ad esempio occupazione, slancio economico, investimenti, produttività, ricchezza), risulterebbe evidente quanto sia stato un fiasco totale e non si comprenderebbe la ragione per la quale si dovrebbe perseverare nel difenderlo. La verità è che si voleva incidere sui diritti politici del lavoro e in questo è stato un eccezionale successo: ecco perché lo difendono. È allo stesso tempo evidente come non possano ammetterne le reali ragioni.
7. Nel secondo capitolo fai riferimento all’elevata disoccupazione di cui soffre il nostro Paese. Eppure ci avevano promesso che la flessibilità dei contratti, la flexicurity, avrebbe facilitato l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e nuovi investimenti. A questo punto la domanda sorge spontanea, quali erano i veri obiettivi dei diversi contratti atipici e della flessibilità?
Erano esattamente gli stessi dei successivi Jobs Act e Legge Fornero: subordinare il lavoro rispetto agli interessi dell’impresa e del capitale. Da un lato si voleva fare un favore ai datori di lavoro, consentendo loro di assumere e di disfarsi liberamente delle persone (mediante il ricorso sempre più liberalizzato ai contratti precari quali tempo determinato, somministrazione a tempo determinato, staff leasing, apprendistati fasulli, stage fasulli); dall’altro porre la classe lavoratrice in una condizione di drammatica precarietà al fine di disinnescare qualsiasi moto di protesta e lotta sindacale. Le logiche sono assai banali, nella loro malignità.
8. Dedichi un intero capitolo a tre scottanti argomenti, controllo a distanza, demansionamento e il concetto della reintegra. La domanda che voglio farti non è tecnica, bensì politica. Come è possibile che la sinistra italiana e in particolar modo il PD, sia riuscita a smantellare il nostro sistema di tutele sociali e giuslavoriste?
I tre pilastri del sogno del padrone sono stati eretti da Renzi e dal suo governo. Definire Renzi un uomo di sinistra mi pare davvero un’offesa alla sinistra e ai valori che dovrebbe incarnare: basti guardare a quello che il fiorentino si propone di realizzare oggi in termini di alleanze. Scaricare su di lui tutta la responsabilità però sarebbe semplicistico: è il PD a rappresentare il potere e la dominazione capitalista. Il PD è un partito che perde nelle periferie e vince nei centri ricchi e abbienti: qualcosa vorrà pur dire. E non dimentichiamo la complicità della CGIL della Camusso (e oggi di Landini): quando si fa così poco per resistere a certi attacchi e per lottare in favore di certi ripristini  è evidente che qualcosa sotto c’è.
9. Nell’ultima parte menzioni il lavoro agile, lo smart working. Molte sigle sindacali continuano a spingerlo come una grande rivoluzione del mondo del lavoro. Non credi che seguendo questo sistema si rischia di atomizzare il lavoratore e renderlo completamente incapace di opporre qualsiasi forma di resistenza organizzata?
Sono perfettamente d’accordo con te: il rischio è reale. Il lavoro agile è una buona opportunità per meglio conciliare i tempi di vita e di lavoro, ma (oltre a garantire importanti risparmi infrastrutturali al datore di lavoro e a consentirgli di scaricare sul lavoratore molti rischi legati a salute e sicurezza) nasconde insidie di natura politica assolutamente considerevoli. È importante anticipare i temi e governare il fenomeno con intelligenza.
10. Voglio terminare questa breve intervista chiedendoti un parere sulle ultime considerazioni di Romano Prodi sulla necessità del sindacato unico. Credi che possa essere funzionale agli interessi dei lavoratori?
Per Prodi il pluralismo sindacale è una palla al piede: è notorio che la pensi così. Recentemente lo stesso Landini si è espresso in favore di questa ipotesi, quella appunto del sindacato unito e in passato lo avevano fatto Bentivoglio della Cisl e lo stesso Marchionne. Per me è una pessima idea: il sindacato ha dimostrato di essere in questi ultimi anni molto responsabile nei confronti del sistema delle imprese, quanto folle nei confronti della tutela dei lavoratori: unificarlo, limitando di fatto i già limitati pungoli vicendevoli, fisiologici in un sistema di pluralismo sindacale, penso sarebbe la fine per la classe lavoratrice.
Dopotutto, si pensi al settore del credito: ha recentemente portato a casa il miglior CCNL degli ultimi vent’anni e in quel tavolo la FABI e Unisin (due sindacati autonomi) contano circa la metà della rappresentatività sindacale, nonostante siano presenti anche CGIL, CISL e UIL. Il pluralismo paga ed è un dato di fatto.
Forse il reale obiettivo che sottende l’idea del sindacato unico, ancora una volta perché il metodo non cambia, non è quello pubblicamente professato.

intervista di Francesco Guarente