“Alcuni progressi sono stati fatti nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche ma per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al privato è stato fatto poco. (…) Un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquanta anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante». La politica dovrebbe «vedere le privatizzazioni come un’opportunità per approvare leggi e generare cambiamenti istituzionali per potenziare l’efficienza e le dimensioni dei nostri mercati finanziari”.

 I virgolettati sono tratti dall’intervento di Mario Draghi tenuto sul panfilo Britannia nel giugno 1992, pubblicato di recente per la prima volta da «Il Fatto Quotidiano». In quell’occasione si tenne una riunione dove il gotha finanziario anglosassone invitò importanti esponenti della politica e dell’economia della nostra nazione, Draghi in primis

Sul Britannia si è spesso fantasticato e tanti, troppi  commentatori della grande stampa lo hanno descritto come momento quasi insignificante. Le parole di Draghi confermano invece l’importanza di quella vicenda: la politica cominciava ad abdicare al proprio ruolo in favore della finanza e del sistema liberista che, crollato il Muro, non aveva più avversari. La «teologia delle privatizzazioni» contribuiva ad abbattere il sistema misto pubblico-privato che era stato, pur con enormi problemi, uno dei segni distintivi dell’Italia sin dai tempi di BeneduceAntonio Venier, che insieme a Giano Accame e Marcello Veneziani fu uno dei pochi ad accorgersi della gravità del momento, scrisse: «tenuto conto della loro funzione portante nell’ambito del sistema economico italiano, la “smobilitazione” delle aziende di Stato avrà conseguenze gravissime per il futuro dell’economia italiana. La liquidazione del deprecato “Stato imprenditore e banchiere” significa di fatto la liquidazione della grande industria ed il controllo straniero sul sistema del credito». 

Si è trattato di unostravolgimento paragonabile ad un riforma costituzionale, suggellato prima dalla firma del Trattato di Maastricht e poi dal crollo di un’intera classe politica legata a logiche ormai superate. Una sinistra tutto internazionalismo e zero Stato sociale accompagnò invece volentieri questi processi, in cui le identità culturali ed economiche delle nazioni venivano diluite nel grande mare della globalizzazione. Giulio Tremonti, autore di numerose analisi di alto livello sulle crisi dei nostri tempi, ha scritto in proposito: «La vera “deregulation” non l’ha fatta Reagan, ma Clinton, legittimando i “derivati”, la peste finanziaria del secolo, e abrogando la Legge Glass-Steagal (1933), che impediva alle banche di usare la raccolta del risparmio per speculare, fornendo così nell’insieme alla globalizzazione l’olio vitale della finanza. In parallelo, in Italia, fu abrogata la vecchia Legge Bancaria del 1936»Nel 2014, l’ex ministro dell’Economia descrisse con precisione la deriva finanziaria che ancora oggi impedisce uno sviluppo economico-sociale degno di questo nome: «Negli anni Ottanta la massa della ricchezza finanziaria internazionale – eallora era detta così, e cioè “inter-nazionale”, proprio perché c’erano ancora le nazioni – era pari a 500 miliardi di dollari. Oggi la massa finanziaria globale è pari a circa 70 trilioni di dollari.

Ed è proprio questo numero folle, un multiplo surreale della ricchezza reale, che marca e determina la dimensione della potenza della finanza globale. Con la globalizzazione il capitalismo ha infatti mutato natura, è uscito dal solco della sua tradizione. Prima, nel vecchio mondo, il capitale finanziario era strumentale rispetto alla ricchezza reale e materiale. Ora, rispetto a questo tipo di ricchezza, quello che era il vecchio capitale finanziario si è autonomizzato e moltiplicato,e continua tuttora a farlo senza limiti di scala. È così che il vecchio capitale circolante ha preso la forma nuova del capitale dominante». 

Ai nostri giorni un’agenda politica “globalista” e “mercatista” viene condivisa da una ristretta oligarchia di persone che, in un sistema di «porte girevoli», si trova a passare da incarichi politici importanti a ruoli nelle grandi istituzioni finanziarie, si pensi allo stesso Draghi per arrivare a Prodi, Monti, Trichet e Macron.  L’80% del fatturato mondiale passa, per un verso o un altro, da un nucleo di 1.300 aziende legate a «super-entità» economiche come Vanguard Group, che spesso influenzano pesantemente governi e riforme costituzionali.Ripensare questa scala di valori, facile a dirsi, quasi impossibile a farsi, è però uno dei passi necessari se l’Italia e l’Europa vorranno avere un futuro.

Francesco Carlesi