Negli ultimi tempi è nata una vulgata, in seno agli ambienti della destra e del sovranismo, per la quale sentimenti e atteggiamenti “in ordine” nulla dovrebbero avere a che fare con impostazioni di critica sociale. Tale impostazione, oltre a risentire di letture parziali o sbrigative, riecheggia la fascinazione per alcune vicende umane, fatte di realismo e coraggio, svoltesi negli anni ’60 e ’70 e giustificate idealmente nella loro spregiudicatezza dal dirompente caso editoriale che fu, in quel contesto storico, Cavalcare la Tigre.

Vorremmo così fare chiarezza, nei limiti del nostro umile strumento, tralasciando il paragone fra le gravi vicende degli anni di piombo, le virili fascinazioni golpiste, americane e cilene, e l’odierno tifo da stadio per l’establishment elettorale del liberismo conservatore.

Il nostro pensiero critico infatti, non ha alcuna matrice marxista, o materialista; né poggia su banali questioni di sciatto egualitarismo o demagogica rilassatezza. Il Mito sorelliano, infatti, rappresenta la giusta congiunzione antipositivistica, antimaterialista, fra radice tradizionale e realtà capitalistica.

Quando Evola, nella Rivolta contro il Mondo Moderno, scrive: “ Quel che vale piuttosto mettere in rilievo è che, se vi è mai stata una civiltà di schiavi in grande, questa è esattamente la civiltà moderna. Nessuna civiltà tradizionale vide mai masse così grandi condannate ad un lavoro buio, disanimato, automatico: schiavitù che non ha nemmeno per controparte l’alta statura e la realtà tangibile di figure di signori e dominatori, ma che viene imposta anodinamente attraverso la tirannia del fattore economico e le strutture assurde di una società più o meno collettivizzata. E poiché la visione moderna della vita, nel suo materialismo, ha tolto al singolo ogni possibilità di conferire al proprio destino qualcosa di trasfigurante, di vedervi un segno ed un simbolo, così la schiavitù di oggi è la più tetra e la più disperata di quante mai se ne siano conosciute.”, non sta gettando le fondamenta di un pensiero critico sociale totale? Ben più radicale del feticismo tecnocratico di tipo marxista.

In Evola e nel suo tradizionalismo integrale troviamo infatti i più netti riferimenti all’incapacità dell’uomo in ordine di potersi conformare alla società senza gerarchie del capitalismo.

In Etica Aria, afferma: “ Fedeltà e lealtà, con l’etica dell’onore a cui danno luogo, dovranno perciò considerarsi come le vere basi di ogni comunità. […] ed essa inclinerà a limitare il principio di solidarietà mediante quello della dignità e affinità.”

In queste poche righe Evola condensa tutta una metrica tradizionale per la quale una società sana si esprime autonomamente ed in piena libertà attraverso i principi valoriali che inverano il Corporativismo e non viceversa. (da qui il noto apprezzamento evoliano per il modello economico del Terzo Reich).

Una comunità sana è dunque quella che al suo interno riconosce come funzionali le differenze, le mantiene, le esalta, ne tutela le autonomie, difendendole dalla livella del modello consumistico e capitalistico, tanto incline alla solidarietà quanto avverso a quello di dignità. Evola in questo senso non fa che riprendere quella visione tipica del sindacalismo rivoluzionario incarnata dal tipo del Milite corridoniano. Quello di Corridoni, infatti, fu un sindacalismo dell’animo, prima che del salario, fondato su di un modello spirituale che si doveva incarnare nelle fabbriche con una solidarietà di corpo, manipolo per manipolo, e non di classe.

Attraverso quel “cittadino-soldato”, tanto caro a Corridoni, che inevitabilmente ci riporta alla mente le società guerriere di stirpe indoeuropea.

La Carta del Carnaro resta la sublimazione politica dell’incontro fra tradizionalismo, visione militante della vita, ed anticapitalismo. Nei nostri immensi limiti, cercheremo sempre di portare avanti questa visione del mondo, formando noi stessi e chi ci vorrà seguire nel lungo cammino verso “dignità e affinità”.

Giacomo Petrella