Da circa trent’anni ormai nel nostro paese il termine che racchiude tutti i mali possibili ed immaginabili è la parola Stato, ancor più se imprenditore. In alcuni settori, soprattutto di “esperti”di economia, l’intervento dello Stato nel settore economico risulta essere l’inizio della sovietizzazione della nostra economia di mercato. Tutti che urlano alla perdita di libertà, allo Stato ladro che è pronto a succhiar sangue dei contribuenti mentre la classe politica, ladra in quanto tale,svenderà sicuramente il tutto regalando posti di lavoro in favore di voti.

Sembra assurda la considerazione che certi ambienti hanno verso le istituzioni pubbliche, subito pronti a condannare il sistema dello Stato attore economico e giuridico, ma mai realmente severi con altri sistemi di potere. Perché mai il pubblico ad esempio non potrebbe avere una banca di investimenti che traini l’economia privata del Sud?

Condannare sistematicamente ogni forma di intervento pubblico perché in passato c’è stata corruzione non può valere solo per lo Stato. Perché nessuno mette in discussione il mondo delle banche private che pure nel nostro paese hanno fatto macelli? Quando dico banche private mi riferisco non solo ad una Popolare come quella di Bari, ma anche le S.p.a. come Carige, MPS o il fu Banco di Napoli. Non mi risulta, a ragion veduta direi, che qualcuno abbia messo in discussione il modello delle società di capitali o l’esistenza stessa del privato nel settore del credito, perché farlo con lo Stato? L’esempio potrebbe essere calzante anche per un altro settore economico, come la nostra rete autostradale regalata alla famiglia Benetton. Certo lo Stato in passato non ha sempre brillato per efficienza e sicurezza, ma a quanto pare il privato batte tutti, ma soprattutto se ne fotte di tutti. O forse per le autostrade il problema sarà il monopolio? Che dite vogliamo liberalizzare il settore cosi asfaltiamo mezza penisola? Oppure da Napoli a Roma lo facciamo gestire a Tizio mentre dalla capitale a Firenze a Caio???

Gli esempi potrebbero continuare con l’infinito caso dell’ex Ilva. Non mi risulta che la famiglia Riva abbia reso la fabbrica tarantina un modello di efficienza, tantomeno risultano investimenti a tutela dei cittadini della città dai due mari. Anche il nuovo arrivato non sembra essere veramente interessato ad investire miliardi di euro per la bonifica e tentare poi di rilanciare l’acciaio italiano, che andrebbe in palese concorrenza con quello che viene già prodotto altrove dai francoindiani. La produzione dello stabilimento dell’ex Ilva tra l’altro copre circa il 70% del fabbisogno nazionale, la chiusura della fabbrica implicherebbe la gestione in mani straniere del controllo del prezzo dell’acciaio, elemento fondamentale per ogni produzione. Chi crede che debba tutelare lavoro, produzione strategica ed ambiente? Chi se non lo Stato?!

L’articolo ovviamente non intende trattare in questa sede e nello specifico nessuna delle tre questioni usate ad esempio, né il credito, né le autostrade né la grande industria dell’acciaio che verranno trattane con dovizia di dati successivamente. Lo scopo e indurre chi legge a riflettere sulla reale necessità di pensare ad uno Stato interventista in economia e non solo. Il defilarsi del pubblico, l’applicazione della teoria dello Stato minimo, che avesse un ruolo esclusivamente da arbitro, non ha salvato il paese da crisi industriali profonde, non ha triplicato gli investimenti o tagliato il nostro debito pubblico, divenuto ormai il nuovo spettro che si aggira per l’Europa. Risulta fondamentale quindi rinvigorire certe battaglie ormai accantonate durante la seconda repubblica,dare contenuti al sovranismo, ma soprattutto numeri e forma a questi contenuti. Ricostruire nel sovranismo una corrente di “sinistra” che possa esprimere concetti in ambito economico, sindacale e politico.

Francesco Guarente