Dopo un lustro abbondante di sovranismo si possono tracciare alcune linee generali di politica economica ad esso chiaramente legate. L’esercizio risulta piuttosto semplice e chiaro se si considera il sovranismo come una tendenza generale di molte realtà occidentali, dagli Usa di Trump, alla Gran Bretagna di Jhonson, passando per il Brasile di Bolsonaro o l’Ungheria di Orban; idem, osservando le comuni piattaforme programmatiche di partiti in fase di lancio governativo quali Vox in Spagna, ed RN in Francia.

Il dato economico comune a tutte le esperienze citate narra di una corsa alla protezione del mercato interno, dopo la quasi trentennale galoppata delocalizzatrice verso “i mercati emergenti”. Sono tornati così di moda termini ottocenteschi ritenuti obsoleti quali dazi, gabelle e “guerre commerciali”. Un’analisi superficiale ma difficilmente smentibile evidenzia quest’inversione di tendenza, clamorosa ai più, e tuttavia ben aderente alle classiche dinamiche del capitalismo e del neoliberismo.

Chiariamo. Il neoprotezionismo oggi imperante si rivela necessario nel momento in cui un primo grado di maturazione dei nuovi mercati (vedi la frenata degli ultimi anni del Pil cinese), rende precario ed instabile, “non sostenibile”, il sostegno finanziario al consumo senza produzione dell’occidente globalista. Meno carte di credito, più dazi. E’ questa, in soldoni, la ricetta applicata dal Make Capitalism Great Again.

Il gioco, per chi ha letto di sindacalismo rivoluzionario, è assai noto. Si proteggono alcuni settori del mercato interno, si ottengono ottimi risultati macroeconomici, grandi dividendi imprenditoriali, fino alla ciclica saturazione di quegli stessi settori e relativa recessione.
Malcontento, cambio di paradigma, meno dazi, più Erasmuss, più libertà, più carte di credito e fra dieci anni la corrente democratica, o liberale, sarà nuovamente al comando.

Il sovranismo, dunque, è in economia un mero protezionismo liberale? A giudicare dalla scarsa propensione al deficit pubblico di tutte le piattaforme politiche sopracitate, parrebbe di si.
Un’eccezione, come sempre, potrebbe venire dall’Italia: se infatti il background culturale della Lega, ne sia prova la messa in sonno della questione monetaria trainata dal duo Borghi-Bagnai, resta di stampo liberista, ampi settori di Fratelli d’Italia e dell’elettorato di centro-destra in genere, ben conoscono le esigenze di una reale economia sociale di mercato. Ed il modello giapponese resta lì presente a mò di costante monito ed esempio.

Vi è poi, al di là delle tendenze politiche e partitiche, una domanda che giorno dopo giorno, numeri alla mano (su questo si segua la sezione Sciopero Generale) risulta sempre meno retorica: può il sovranismo italiano essere mero protezionismo? Per proteggere ormai che cosa?

L’Italia più di altri sistemi industriali ha patito enormemente la fuga all’estero delle sue poche grandi imprese (Fca su tutte) e lo sfilacciamento progressivo del suo fragile reticolato manifatturiero di pmi, incapace di reggere la concorrenza sleale del modello wto.
Il nostro messaggio è chiaro: non abbiamo molto da proteggere, ma abbiamo molto da ricostruire.

Giacomo Petrella