Nell’epoca dei social, dei cinguettii, delle banalizzazioni ad ogni costo e delle scadenze elettorali non c’è niente di più rivoluzionario che riuscire a impostare strategie e programmi di lungo periodo. Creare luoghi di crescita, confronto ed elaborazione politico-culturale è una delle sfide da vincere per gli ambienti patriottici e non conformisti di fronte agli ostacoli posti dalla globalizzazione e dal pensiero unico politicamente corretto. All’apparenza e all’inseguimento degli umori dell’opinione pubblica bisogna sostituire il pensiero e la creazione di centri di formazione per politici a tutto tondo e sindacalisti preparati. Le risposte concrete ai problemi della società sono sempre sorte al termine di lunghi travagli culturali e di elaborazioni teoriche di alto livello. L’alternativa è accontentarsi di effimeri successi e lasciare rovine dietro di sé.

La cultura è un campo di battaglia. In Italia, gli ambienti progressisti hanno conquistato l’egemonia a livello accademico e mediatico grazie ad una precisa strategia e ad un’indubbia capacità di fare rete (e imporre censure a discapito delle voci dissonanti). La ricerca storica ne ha risentito in maniera negativa, e tanti, troppi tabù si sono affermati. Il mondo cosiddetto di “destra” ha avuto raramente la forza e il coraggio di sfidarli senza complessi d’inferiorità, ma bisogna anche riconoscere che troppo spesso la cultura è stata considerata un’optional, incapace di portare immediate rendite o consensi. E l’ondata “sovranista” non sembra aver cambiato le carte in tavola. Rari investimenti, pochi giovani incoraggiati e lanciati, tante opportunità gettate alle ortiche.

Eppure su uno dei temi centrali dei nostri tempi, il lavoro, proprio da uomini espressione di quel mondo lontano dai riflettori culturali sono arrivate in passato proposte degne di nota. Sconosciuto ai più, l’Istituto di Studi Corporativi elaborò sin dagli anni ’70 contributi incentrati sulla programmazione economica, la critica al liberismo selvaggio e la partecipazione dei lavoratori.Quest’ultimo tema, che colorò la riflessione economica tra le due guerre e l’Rsi per poi diventare il cavallo di battaglia della Cisnale del Msi, è oggi ripreso da ambienti cattolici o di sinistra quale antidoto alle delocalizzazioni e alla crisi del sindacato. Esempi fecondi a livello concreto si possono trovare in Germania, e anche l’Europa ne ha spesso fatto menzione in alcune direttive. Lo sguardo globale, la serietà scientifica, la maturità delle proposte di uomini come Gaetano Rasi, Ernesto Massi, Giano Accame furono d’altronde un vero e proprio marchio di fabbrica, e sono le armi che dobbiamo impugnare nella quotidiana “battaglia culturale”. Questa deve partire dallo studio storico fino ad arrivare a disegnare coraggiosamente nuovi modelli di lavoro, di uomo, di società, contro il fatalismo e la crisi economica, spirituale e demografica di tutta l’Europa. Si (ri)cominci dunque a studiare e programmare.

Francesco Carlesi

( Autore de La Terza Via Italiana – Castelvecchi )

 

Copertina: dettaglio di una recente locandina del movimento CasaPound.