L’Affaire ILVA non può essere decontestualizzato dalla liquidazione dell’IRI e dall’incapacità dei vari governi succedutisi negli ultimi 50 anni  di impostare una reale strategia industriale, in grado di salvaguardare gli asset indispensabili  allo sviluppo e alla crescita dell’economia italiana .

L’Istituto per la Ricostruzione Industriale nacque nel 1933 ed ebbe il compito di affrontare le conseguenze della crisi del 1929. L’ IRI fu caratterizzato da un controllo diretto da parte dello Stato, che non si avvalse nella sua gestione delle Istituzioni corporative.  Infatti Mussolini preferì mettere lo Stato nella condizione di gestire direttamente le imprese o le banche pericolanti, affidandosi a tecnici, che avrebbero reso più facile orientare le decisioni in materia economica in base alle circostanze politiche e alle esigenze della Nazione. Così facendo, inoltre, il Duce finiva per recuperare un’istanza del fascismo delle origini, quella tecnocratica, «fondata sulla parola d’ordine: “largo alle competenze”» (1) Primo presidente, oltre che uno dei principali artefici della creazione dell’ente, fu Alberto Beneduce, economista di formazione socialista, che godeva della fiducia di Mussolini. Per finanziare le sue aziende l’IRI emise negli anni trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L’IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche, ciascuna delle quali veniva dotata di una società finanziaria, che possedeva il capitale delle aziendeoperative; così nel 1934 nacque la STET, nel 1936 la FINMARE, e nel 1937 la FINSIDER, poi nel dopoguerra FINMERCCANICA, FINCANTIERI e FINELETTRICA.

In effetti, con il dopoguerra la sopravvivenza dell’Istituto non era data per certa, solo dopo il 1950 la funzione dell’IRI fu ridisegnata da Oscar Sinigaglia, finalizzandolo allo  sviluppo della grande industria di base e delle infrastrutture necessarie al paese. Attraverso l’IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; quindi l’IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma impostare strategie ed azioni consequenziali in funzione agli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato investimenti antieconomici. Questa prassi in realtà era in palese contrasto con la pratica amministrativa del suo fondatore, Alberto Beneduce, che si fondava sull’assoluto rigore di bilancio e sulla limitazione delle assunzioni all’essenziale per garantire un funzionamento snello ed efficiente dell’organizzazione. All’IRI vennero quindi richiesti ingentissimi investimenti anche in periodi di crisi. La gestione anti-economica delle aziende controllate e gli altissimi  oneri finanziari portarono in rosso i conti dell’IRI e delle società finanziarie collegate, conseguentemente  i governi iniziarono un ripensamento sulla funzione e sulla gestione delle aziende pubbliche. Nel 1982 il governo affidò la presidenza dell’IRI a Romano Prodi e  per la prima volta si cominciò a parlare di “privatizzazioni”.

Per le sorti dell’IRI fu decisiva l’accelerazione del processo di unificazione europea, che prevedeva l’unione doganale nel 1992 ed il successivo passaggio alla moneta unica sotto i vincoli del Trattato di Maastricht. Per garantire il principio della libera concorrenza, la Commissione Europea negli anni ottanta aveva incominciato a contestare alcune pratiche messe in atto dai governi italiani, come la garanzia dello Stato sui debiti delle aziende siderurgiche e la pratica di affidare i lavori pubblici all’interno del gruppo IRI senza indire gare d’appalto europee. . Nel luglio 1992 l’IRI fu convertita in Società per azioni. Nonostante alcuni pareri contrari, il ministero del Tesoro scelse di non privatizzare l’IRI S.p.A., ma di smembrarla e di vendere le sue aziende operative; tale linea politica fu inaugurata sotto il primo governo di Giuliano Amato e non fu mai messa realmente in discussione dai governi successivi. Raggiunti nel 1997 i livelli di indebitamento fissati dall’accordo Andreatta-Van Miert, le dismissioni dell’IRI proseguirono comunque e l’Istituto avendo perso qualsiasi funzione, se non quella di vendere le sue attività, si avviava rapidamente verso la liquidazione. Infatti le poche aziende rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro, il 27 giugno 2000 l’Istituto fu messo in liquidazione e nel 2002  scomparìdefinitivamente.

Potremmo scrivere a lungo sui risultati delle privatizzazioni, sul mancato aumento di produttività e sulla mancata riduzione del Debito Pubblico, due degli elementi che motivarono ai più questa scelta, ma Alitalia, ILVA, Autostrade per l’Italia, la perdita di interi asset strategici per l’Economia Nazionale, l’incapacità di imprimere una spinta propulsiva al sistema Italia che lo porti fuori da un periodo ormai troppo lungo di recessione/stagnazione, invitano a farci ripensare se non sia opportuno rivedere le scelte precedentemente fatte.  Bisognerebbe rilanciare con forza gli aspetti della Costituzione (artt. 35-47) improntati alla programmazione economica, alla funzione sociale della proprietà e alla disciplina pubblica del credito, elementi fondanti del modello italiano. Su queste basi prosperò in passato una “terza via” che si resse su alcuni architravi quali l’Iri.  Oggi, le crisi dell’Ilva e dell’Alitalia, lo spaccato gestionale manutentivo, che è apparso in tutta la sua inconsistenza dopo la tragedia del Ponte Morandi e le successive inchieste che hanno coinvolto ASPI e altri concessionari, hanno fatto tornare di moda l’Iri, persino in quegli ambienti di sinistra che furono in prima fila nello smantellamento del sistema misto e delle eccellenze dell’industria pubblica nostrana. Negli anni ’90 solo Giano Accame e pochissimi altri seppero predire le conseguenze nefaste che l’abbandono frettoloso del nostro modello economico avrebbe comportato a livello sociale. Un altro «antidoto alla globalizzazione» può trovarsi nell’articolo 46 e nel tema della partecipazione dei lavoratori, cavallo di battaglia del sindacalismo nazionale dell’UGL e attuata in Germania con la Mitbestimmung, che potrebbe schiudere nuove opportunità contro le delocalizzazioni e la crisi della politica dei nostri giorni.(2)

Come si diceva in apertura, la storia dell’IRI è strettamente collegata all’ILVA e all’industria siderurgica italiana, sia in termini positivi, permettendone lo sviluppo, supportandone la crescita, intervenendo nelle cicliche crisi di mercato, ma anche creando le condizioni di una gestione fallimentare del settore, ampliandone a dismisura i livelli occupazionali, senza rispondere ad una corretta valutazione costi/ricavi, investendo in un improbabile e mai realizzato V Centro  siderurgico, la famosa cattedrale nel deserto di Gioia Tauro, appesantendo la società finanziaria FINSIDER di un indebitamento verso il sistema creditizio che rendeva l’apporto di mezzi propri solo al 5% dell’intero fabbisogno e non ultimo, abbandonando l’intero comparto senza alcuna valutazione strategica e senza aver affrontato la pesante eredità in termini di bonifiche ed impatto ambientale che si affidavano fideisticamente a privati, senza averne nemmeno indicato i contorni, il percorso e i tempi di soluzione.

L’atto di costituzione dell’ILVA, sottoscritto nel capoluogo ligure, risale al 1º febbraio 1905. L’Ilva era stata costituita, con il sostegno governativo, per realizzare il polo siderurgico di Bagnoli, nell’ambito dei progetti di sviluppo del Mezzogiorno. Nel 1921 scoppiò una crisi siderurgica, causata da una ripresa delle esportazioni americane. In questa situazione la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano, le maggiori creditrici dell’azienda, ne rilevarono la proprietà assieme a quella di numerose imprese siderurgiche minori. In seguito alla Grande Depressione del 1929, anche la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano dettero segni di evidente cedimento e, insieme a tante altre aziende, dovettero essere salvate dallo stato, attraverso l’IRI, facendo sì chetutta la siderurgia italiana a ciclo integrale (altiforni di Portoferraio, Piombino, Bagnoli e Cornigliano) fosse posseduta dallo Stato.

Con l’immediato secondo dopoguerra, e grazie soprattutto alla conseguente espansione della domanda di acciaio per l’industria automobilistica e dell’elettrodomestico, l’Ilva aveva avuto agio di rafforzare – passando nel frattempo sotto il controllo pubblico attraverso la finanziaria FINSIDER – la propria predominanza sul mercato. Nel 1965 fu inaugurato il nuovo polo siderurgico di Taranto. Perciò nei successivi decenni l’attività dell’ITALSIDER si articolerà soprattutto sui quattro “poli siderurgici” di Cornigliano, Piombino, Bagnoli e Taranto, cui si aggiungevano gli stabilimenti minori. Come già evidenziato, fuori tempo massimo e in piena crisi mondiale della produzione siderurgica, si iniziò la costruzione di un V polo a Gioia Tauro che per anni assorbì inutilmente fondi e finanziamenti, a conferma di una assoluta incapacità di comprendere le reali prospettive del mercato, incapacità già, in precedenza, appalesata nella cantieristica con la costruzione di ben due “ammiraglie” la Michelangelo e la Raffaello non più coerenti con l’evoluzione della navigazione transoceanica, ormai surclassata dalle ben più comode, veloci e meno onerose rotte aeree.  

Il perdurare dello stato di crisi negli anni ottanta, l’incapacità di approntare un nuovo e concreto piano industriale, la scelta dei Governi, su pressione della Comunità Europea,  di portare avanti un progetto di ampie privatizzazioni e disimpegni della mano pubblica ha poi determinato la messa in liquidazione dell’ILVA e della FINSIDER, la chiusura di Bagnoli, la privatizzazione degli stabilimenti di Cornigliano, Taranto, acquisiti dal Gruppo Riva e Piombino dal gruppo bresciano Lucchini.

Nel 2012 una vasta inchiesta per reati ambientali e di inquinamento porta la Procura di Taranto ad ordinare il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo. Per salvaguardare lo stabilimento e l’occupazione, lo Stato ha proceduto al commissariamento dell’azienda e all’avvio della procedura relativa alla gara internazionale per la riassegnazione della stessa, tramite il decreto legge 9 giugno 2016, n. 9, convertito con modificazioni dalla L. 1 agosto 2016, n. 151. Il Decreto prevedeva, tra l’altro lo slittamento di 18 mesi del termine ultimo per il completamento del Piano ambientale del 2014 , a conferma della difficoltà di portare a conclusione nei tempi previsti lamessa in sicurezza del sito produttivo di Taranto.

La Am Investco, cordata inizialmente formata dal ArcelorMittal, società anonima di diritto lussemburghese, governance europea, ma controllata dal magnate indiano Lakshmi Niwas Mittal e Marcegaglia, quest’ultima successivamente esclusa su indicazione dell’antitrust UE, venne scelta per avviare le trattative di acquisizione. Nel novembre 2018, ILVA diventa ufficialmente di proprietà di ArcelorMittal e prende il nome di ArcelorMittal Italy. Il 5 novembre 2019 ArcelorMittal comunica l’intenzione di recedere dal contratto di cessione, procedendo alla restituzione ad Ilva in amministrazione straordinaria, entro 30 giorni. Inizia così un braccio di ferro tra azienda,governo, sindacati, che evidenzia tutte le contraddizioni, inutilmente accantonate nei decenniprecedenti e mai risolte. Il tema della responsabilità penale degli amministrazioni in rapporto ai reati ambientali, il mancato mantenimento di un sistema di garanzie ed impunità eccezionali, diventa ragione del contendere e giustificazione dell’iniziativa unilaterale del gruppo industriale, tuttavia contemporaneamente l’azienda comunica la volontà di ridurre la produzione e prevede circa 5.000 esuberi, proposta che sindacati e governo reputano irricevibile. Le posizioni si cristallizzano con marginali modifiche, le armi del sindacato sono gli scioperi, ma con una società che vuole defilarsi, la forza dissuasiva è certamente limitata, il governo sovrappone interventi, minacce e tentativi di mediazione, la magistratura opera da battitore libero e il Tribunale di Taranto, il 10 dicembre, ribaltando lo stesso parere favorevole della Procura, ordina la chiusura dell’Altoforno 2, contemporaneamente l’Azienda minaccia di porre in Cassa Integrazione Straordinaria  3.500 lavoratori includendo anche gli iniziali 1.273 di cui era già prevista la Cassa Integrazione Ordinaria. Poi improvvisamente il 20 dicembre una notizia ANSA comunicava checommissari straordinari dell’ex Ilva e Arcelor Mittal hanno raggiunto l’intesa di base per la trattativa della ristrutturazione del contratto originario di affitto e vendita degli stabilimenti e per l’operazione finanziaria di rilancio del polo siderurgico con base a TarantoPosticipando il tutto al 31 Gennaio, per trovare un accordo, su quali basi al momento non è dato sapere. Si tratta comunque di una intesa al momento esclusivamente politica e che, come evidenzia giustamenteSpera dell’UGL Metalmeccanici, nel chiedere al Governo un incontro immediato per spiegare cosa sta realmente accadendo,  appare come un tentativo di tenere fuori dal tavolo il sindacato, mentre tutte le sigle hanno ribadito il loro no a qualsiasi esubero. Infine il 7 Gennaio il Tribunale del riesame, non condividendo le valutazioni del giudice monocratico, annullandone la decisione precedentemente espressa di respingere l’istanza di proroga nell’uso dell’impianto AFO2, sequestrato nel 2015 dopo un incidente costato la vita ad un operaio.

In tutto questo “bailamme, a cui si sovrappongono voci di trasferimenti di commesse, di mancanza di liquidità, di penali onerose, di vendite di aziende controllate da parte di Arcelor Mittal,nell’ambito di un vasto piano di cessioni da completare entro metà 2021, di iniziative giudiziarie, i nodi più importanti vengono affrontati raramente e in maniera marginale. Forse la strada maestra potrebbe essere, nazionalizzare, bonificare, produrre; perché la siderurgia è un indispensabile assetstrategico per l’industria italiana e forse non è opportuno affidarla a mani straniere, perché la bonifica è un percorso indispensabile per la rinascita di Taranto e per ricreare un corretto rapporto tra economia, territorio e popolazione, perché il Lavoro deve essere elevato al pari del Capitale a soggetto dell’impresa e non più a mero costo, applicando, giusto in momenti di crisi, in cui è necessaria una vera coesione sociale, forme di partecipazione e cogestione che responsabilizzino i lavoratori e li rendano artefici del loro futuro, come prevede l’articolo 46 della Costituzione repubblicana e come sembra che tiepidamente stia puntando l’accordo FCA Groupe PSA, che dovrebbe prevedere l’ingresso nel Consiglio di Amministrazione di due rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori, così come previsto dalla  Mitbestimmung tedesca, ma che trova interessanti applicazioni anche negli USA, in Francia, nei paesi scandinavi e in altre nazioni socialmente evolute. Per fare tutto questo chi vorrebbe però una vera classe politica, dotata di quel  coraggio ad essa ormai inusuale e di uno spirito realmente rivoluzionario che rinsaldi i legami comunitari, in un afflato unitario che punti con forza e fermezza alla rinascita della Nazione.    

Ettore Rivabella

(1) Roberto Bonuglia. Ricreare l’IRI. Ecco perché sarebbe un’ottima idea Il Primato Nazionale. 30 novembre 2019
(2) Francesco CARLESI . Giano Accame e il “socialismo tricolore”.  MACHIAVELLI. 4 dicembre201