Recentemente, intervistata da Bianca Berlinguer a Carta Bianca, Giorgia Meloni ha potuto affrontare questioni di rilevanza economica, entrando brevemente nel merito del programma di governo di Fdi.

Il discorso della leader di Fratelli d’Italia è stato piuttosto chiaro: taglio della spesa improduttiva, choc fiscale, investimenti pubblici.

Nel declinare un programma fondamentalmente trasversale la Meloni ha utilizzato diverse formule di cultura economica appartenenti a differenti scuole di pensiero; se infatti da un lato, il capo della destra italiana ha esplicitamente citato il moltiplicatore degli investimenti di Keynes, dall’altro ha ribadito l’importanza del rispetto del pareggio di bilancio, “perchè quando si fa deficit si firmano cambiali che pesano sul futuro dei nostri figli”.

Riferimenti, dunque, trasversali, che spaziano dalla cultura tipica del socialismo non marxista, fino alle linee guida del liberismo conservatore di stampo monetarista.

Ora, non potendo dimensionare quella che sarebbe l’effettiva manovra economica di un governo Salvini-Meloni, ci limitiamo ad un’analisi prettamente teorica.

Il taglio della spesa improduttiva è argomento tipico di forze politiche definite responsabili e attente alle esigenze di bilancio: da Monti a Cottarelli, passando per Letta e per il Conte bis, la tenuta dei conti attraverso la riduzione della spesa non di crescita è un mantra liberista costantemente replicato.

Accusato principale, il Reddito di Cittadinanza: come altri, Giorgia Meloni ha ragione nel rivendicare l’inefficacia del provvedimento dal punto di vista delle politiche attive (qui la grande ipocrisia dei 5Stelle sui “navigator”). Ma in termini di welfare? Quale è la linea che distingue la spesa improduttiva da una politica di tutela sociale?
E’ questo il discrimine su cui molti governi di cultura conservatrice si sono arenati, in un paese che, dalla riforma del titolo V in poi, ha già visto calare drammaticamente la spesa corrente per sanità, cultura ed istruzione.

Choc fiscale ed investimenti pubblici. Sono entrambe misure che l’Italia dovrebbe gestire in deficit. Con buona pace del pareggio di bilancio ed il futuro dei nostri figli citato dalla Meloni in questo ragionamento. Sono provvedimenti positivi e produttivi, capaci di rilanciare l’economia? Possono essere applicati? Domande legittime a cui è necessario rispondere se si vuole offrire un programma di governo in grado di durare l’arco di una legislatura.

Lo Choc fiscale presenta in effetti diverse problematiche: se rivolto ad aumentare il reddito reale dei cittadini e la loro capacità di spesa in un contesto di stagnazione si rischia di ottenere un effetto cautela, di semplice risparmio, come già avvenuto con gli 80 euro di Renzi, causando una riduzione delle entrate non sostenuta da un effettivo aumento della domanda aggregata.

Se rivolto ad incentivare gli investimenti privati, di contro, potrebbe rivelarsi misura assolutamente  necessaria e corretta.

La questione degli investimenti pubblici, invece, il vero terreno rivoluzionario per l’economia italiana e per le sue infrastrutture al collasso, pone il problema di uno Stato burocraticamente bloccato: in media per cantierizzare un progetto occorrono infatti dai cinque agli otto anni. Decisamente troppi per mantenere una costanza di indirizzo e progettualità politica in grado di portare a termine le grandi opere.

Essendo poi a deficit, su entrambi i provvedimenti pesa il macigno del vincolo di bilancio e dei parametri monetaristi dell’Unione Europea. Su questo aspetto Giorgia Meloni si è detta esplicitamente eurocritica, lasciando capire che l’impostazione di Bruxelles rischia di vanificare qualsivoglia manovra fattivamente espansiva.

A riprova dalla Commissione non arrivano segnali incoraggianti, né sulla Golden Rule per gli investimenti, né su qualsivoglia forma di programmazione comunitaria.

Quale rischio allora si prospetta per il prossimo governo sovranista? Quello di restare monetariamente e funzionalmente al palo sul nodo cruciale degli investimenti, vivacchiando malamente come ai tempi di Berlusconi sul difficile equilibrio liberista fra taglio della spesa e abbattimento fiscale.

Giacomo Petrella

Giacomo Petrella