Nel 2019 la Germania ha sperimentato un trimestre (il secondo) in recessione sfiorando di capitombolare anche nel terzo (a quel punto si sarebbe trattato di recessione tecnica). E ha sperimentato gli effetti collaterali delle tensioni tra Usa e Cina sul fronte dazi (che hanno creato non poche difficoltà ai titoli dell’auto tedesca, fortemente esposti in Cina). Ma nonostante questo la Germania ha registrato per il quarto anno di fila il più grande surplus mondiale in termini nominali, con un saldo positivo delle partite correnti (flusso di beni, servizi e investimenti) pari a 293 miliardi di dollari (circa 262 miliardi di euro).

 

A questi livelli di surplus, e peraltro così reiterato, continuare a definire l’economia tedesca una “locomotiva” rischia di essere profondamente inesatto. È vero che un’economia forte è in grado di creare e – trainare, quello che appunto fanno le locomotive – un certo indotto e quindi le economie satelliti. Ma considerando i dati in tutta la loro ampiezza e nella spietata logica dell’algebra, un Paese che ogni anno esporta (ovvero assorbe ricchezza da altri che si indebitano acquistando i suoi prodotti e servizi) molto più di quanto importi (ovvero restituisca ricchezza agli altri indebitandosi attraverso l’acquisto dei loro beni e servizi) nel gioco a somma zero del saldo delle partite correnti globale si profila all’opposto della funzione che dovrebbe svolgere una locomotiva. Perché tecnicamente sottrae più ricchezza di quanta difatti ne elargisce.