Negli ultimi mesi, sui giornali e in televisione, abbiamo spesso ascoltato di gravi crisi aziendali. Solo dai poli industriali del Sud Italia ci sono state due crisi di alto livello occupazionale, il caso Whirlpool a Napoli e l’ex Ilva a Taranto. Fior fior di esperti sono intervenuti nel tentativo di analizzare le cause che hanno portato alla chiusura della Whirlpool e alla perenne crisi dell’ex Ilva. Le due crisi sono molto diverse per cause e motivazioni, ma gli elementi che accomunano la questione dello storico impianto di via Argine e la più grande fabbrica siderurgica d’Europa, sono a nostro avviso due. In primis la totale assenza dell’autorità pubblica nel tutelare i suoi interessi industriali, come nel caso di Taranto, o di tutelare il lavoro delle sue maestranze come nel caso di Napoli. E’ opportuno ricordare che per la questione Whirlpool, dopo la chiusura dello storico stabilimento dell’Indiana nel 2010, destinazione Messico, la società ha ben pensato di comunicare alle RSU la chiusura della sede storica partenopea, più di 430 dipendenti, con una banalissima slide con tanto di croce rossa sul sito campano. Dove si evince la totale incapacità delle nostre istituzioni di difendersi, è quando la multinazionale decise di disinteressarsi dell’accordo firmato presso il Mise ad ottobre 2018. Nell’accordo si impegnava ad investire su vari siti produttivi italiani, compreso Napoli, facendo rientrare dalla Polonia una parte della produzione.

Sette mesi dopo tutta carta straccia. Non solo il danno ma anche la beffa, poiché l’azione da parte dell’azienda riduce il tavolo del Mise alla stregua di un banalissimo incontro da Bar, bruciando come paglia 70 anni di relazioni industriali. Ad oggi dopo la forte protesta dei lavoratori, ancora in presidio presso i cancelli della società, la questione non sembra essere risolta.

Secondo elemento in comune è senza dubbio il ruolo totalmente secondario che hanno i lavoratori nelle decisioni del management.

Parliamo di due realtà con migliaia di dipendente le cui dinamiche e scelte di politica industriale non coinvolgono soltanto il capitale, ma l’intera sfera produttiva ed i lavoratori tutti, comprese famiglie e territori. Le attuali norme inerenti le relazioni industriali non prevedono una reale partecipazioni decisionale dei lavoratori, le stesse RSU elette democraticamente da tutti i lavoratori, finiscono per essere alle volte il tramite mediante il quale l’azienda comunica le sue scelte ai lavoratori, spesso coperte dietro finte contrattazioni e tavoli di confronto.

E’ utile in questo contesto ricordare che nelle piattaforme contrattuali per il rinnovo CCNL metalmeccanici scaduto a dicembre 2019, tutte le più importanti sigle sindacali , dalla CIGL alla UGL , hanno inserito nelle proposte contrattuali la nascita dei comitati consultivi nelle fabbriche con più di 700 dipendenti .

Quello di cui parliamo riguarda la partecipazione reale, obbligatoria ai tavoli decisionali delle grandi società. La necessità sorge in virtù del fatto che oramai le grandi società multinazionali e senza alcun legame storico con il territorio, sono spinte a cercar lidi migliori dove poter fare profitto. L’unica arma per difenderci, considerato il ruolo declassato delle istituzioni politiche, è il lavoratore, quest’ultimo racchiude inconsapevolmente in sé la straordinaria potenza di due parole, Patria e Lavoro, poiché salvando quest’ultimo salva dalla desertificazione il proprio quartiere e il proprio paese.

Qualcuno ovviamente riterrà queste osservazioni mera propaganda o pomposa retorica, ma al netto degli errori che ogni teoria porta con sé, possiamo dirvi che queste non sono parole vuote. Il nostro paese è stato tra i primi a teorizzare e mettere nero su bianco l’idea della partecipazione e cogestione dei lavoratori. Fummo capaci di elevare stessa idea dal ristretto alveo dell’azienda all’olimpo delle istituzioni dello Stato, con quella che fu la camera dei fasci e delle corporazioni. Certo quel regime è stato sconfitto e con esso tutto ciò di cui si fece portatore, ma una buona idea trova sempre l’uomo sveglio che sa farla propria. Ebbene, essendo noi provinciali di residenza, ma non di vedute vi sveliamo che nella potente, civile ed europea Germania esiste ormai dagli anni ’50 una legislazione che ha seguito l’ideale partecipativo. Nell’odierna Repubblica Federale di Germania la cogestione fa riferimento principalmente a due differenti forme di partecipazione, la“cogestione a livello di singole unità produttive” e la “cogestione a livello di impresa”.

Dall’immediato dopoguerra ci sono stati tre principali interventi legislativi in merito alla questione, tuttora in vigore seppur modificati in alcuni punti, e li elenchiamo con piacere: la legge sulla cogestione dei lavoratori nei consigli di sorveglianza e nei consigli di direzione delle imprese dell’industria mineraria e della produzione del ferro e dell’acciaio del 21 maggio del 1951; legge sull’ordinamento aziendale dell’11 ottobre 1952 e la legge sulla cogestione dei lavoratori del 4 maggio 1976.

Riteniamo giusto concludere questa breve introduzione ad un rinnovato dibattito sul tema, con le parole del prof. Lorenzo Mossa esperto giurista italiano:

“È naturale che si considera la società per azioni come un istituto perfetto e non derogabile del capitalismo, e si subisce la suggestione che l’impresa non è altro che un oggetto del diritto di signoria di chi ha dato i capitali per la sua esistenza, si rimane al di fuori della concezione sociale, ma si rimane egualmente al di fuori della realtà odierna. Le lotte sociali sempre più accanite intorno all’impresa, dimostrano che essa è ormai il centro della volontà e dell’interesse di tutti i suoi uomini, e non solamente dei capitalisti e datori di lavoro. Questo vivo turbinoso interesse, contrasta violentemente con l’inerzia e l’opacità, che regna da decenni all’interno della società azionaria.”

(L. Mossa, Problemi attuali della società per azioni, in Nuova riv. dir. comm., 1951, p. 11)

Francesco Guarente