Sono passati venticinque anni. Una generazione. Da quando Silvio Berlusconi portò in Italia la reaganomics, la Curva di Laffer, quella che Stiglitz definì come “una teoria scarabocchiata su un foglio”. Meno tasse per tutti: meno tasse che, sotto una certa aliquota, vorrebbero dire maggior disponibilità dei cittadini, maggior consumi, rilancio dell’economia. Il tutto accompagnato da un drastico taglio della spesa pubblica e dei servizi per controbilanciare l’ammanco sui conti pubblici.

Una sorta di doping economico che gli USA di Reagan e la GB della Thatcher pagarono a caro prezzo nei decenni successivi una volta che la saturazione dei mercati obbligò i due paesi ad anni di stagnazione e deregolamentazione finanziaria.

Lo shock fiscale sembra oggi tornare di moda anche per l’Italia, rilanciato da molti ambienti filoconservatori e trumpisti. Ma è davvero una ricetta utile?

La sensazione è che si voglia dare un palliativo sul fronte sbagliato: l’Italia oggi rassomiglia ad un anziano gravemente obeso che non ha problemi nè di credito nè di consumo. La stagnazione che ci attanaglia è infatti una stagnazione di vitalità e prospettiva, una paralisi totale sul fronte degli investimenti, siano essi pubblici che privati.

Non è un caso che negli ultimi trent’anni di liberismo, da Berlusconi a Renzi i piccoli abbattimenti fiscali non abbiano creato nuova ricchezza ma semplici fluttuazioni del mercato elettorale.

La costante risulta così essere la mancanza di fiducia nel futuro, i vincoli di bilancio, ed il crollo degenerescente del sistema paese. Una bancarotta strutturale.

Chi si occupa di labourismo nazionale sa che, onde evitare una regresssione verso il terzo mondo, l’Italia avrà bisogno presto di un piano coraggioso di investimenti e di ribaltare la logica monetarista dell’Unione europea.

Lo diciamo chiaramente: se la sinistra liberal punta alla patrimoniale, la destra liberista a tagliare la spesa, noi immaginiamo strumenti pubblici (bond) in grado di convogliare la ricchezza privata nazionale in un gigantesco piano di moltiplicatore di investimenti.

Una rivoluzione per lo Stato del Lavoro che fino a qualche mese fa vedeva Borghi e Bagnai imperversare nel dibattito pubblico, prima che la linea conservatrice si impadronisse del sovranismo di lotta e di governo.

Tuttavia la Terza via c’è. Noi ci siamo.

Giacomo Petrella